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PESCARA. È pronta a partire una lunga serie di interrogatori che coinvolgerà circa cento persone, tutte finite al centro di una vasta inchiesta sullo spaccio di cocaina che ha raggiunto ambienti insospettabili della cosiddetta “Pescara bene”. In attesa della decisione del gip sulle 17 misure cautelari richieste dalla Procura, i carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di Pescara ascolteranno 99 clienti-consumatori che, secondo gli investigatori, si rifornivano abitualmente dal gruppo criminale smantellato dall’indagine.

Al vertice dell’organizzazione figurano tre cittadini albanesi – Elidon Ngjela, Kevi Kereci e Hergys Myrtaj – affiancati da una rete di pusher e intermediari pescaresi, molti dei quali già noti alle forze dell’ordine. Lunedì scorso gli indagati sono comparsi davanti al gip Mariacarla Sacco per gli interrogatori preventivi.

Davanti ai militari sfilerà un campionario di nomi molto conosciuti in città: imprenditori, professionisti come avvocati e medici, titolari di ristoranti storici che, secondo l’accusa, avrebbero fatto da tramite tra spacciatori e clienti “di livello”. In alcuni casi la droga veniva richiesta e consegnata direttamente nei locali, per concludere le serate tra una cena e una striscia di cocaina. Tra i consumatori figurano anche un ex calciatore del Pescara, il gestore di un bar che acquistava in gruppo con l’ex titolare di una vineria e perfino responsabili di uno stabilimento balneare.

L’inchiesta restituisce l’immagine di un fenomeno esteso, in cui l’uso di cocaina, in certi ambienti cittadini, appare quasi normalizzato. Persone inserite nel tessuto economico e sociale di Pescara che, secondo gli investigatori, sarebbero rimaste intrappolate in un sistema di dipendenza alimentato da una rete di spaccio sempre più strutturata.

Emergono episodi emblematici: ristoratori che arrivano a consumare diversi grammi di cocaina al giorno; professionisti che avrebbero compensato prestazioni lavorative con dosi di stupefacente; commercianti di gioielli e orologi che, stando alle intercettazioni, avrebbero suggerito modalità per rendere “tracciabili” somme di denaro provenienti dalla droga. È il caso di una conversazione tra Luigi Lepore, dipendente di una cooperativa di portierato dell’ospedale civile e destinatario di una misura cautelare, e un noto gioielliere pescarese. «Io ti faccio il bonifico e tu mi dai i contanti», propone Lepore, simulando l’acquisto di orologi. Il commerciante, dopo aver chiesto se servissero “soldi ufficiali”, chiude con un’espressione dialettale: «Frect».

Secondo gli inquirenti, Lepore disponeva di ingenti somme in contanti, ritenute provento dell’attività di spaccio, e aveva la necessità di effettuare un pagamento tracciabile per l’acquisto di un’auto di lusso dal valore di circa 60 mila euro.

Le intercettazioni – telefoniche, ambientali e tramite trojan – costituiscono l’ossatura dell’indagine e raccontano anche tensioni tra fornitori e spacciatori sulla qualità della cocaina. In un dialogo intercettato, Antonio Tarroni, ex carabiniere, contesta a un rifornitore sardo un prodotto ritenuto “tagliato”. «Io non sono scemo – dice – se per 40 euro te lo ridò indietro». Il fornitore replica spiegando che su cento dosi qualcuna difettosa può capitare, ma la risposta è netta: «Se vai a Napoli ti sparano».

La rete di spaccio di medio livello è composta quasi interamente da pescaresi, facilmente riconosciuti dai carabinieri grazie alle voci e ai soprannomi emersi nelle conversazioni. Al di sopra di loro agisce il gruppo albanese, guidato da Elidon Ngjela, descritto dalla Procura come il soggetto di maggiore spessore criminale dell’indagine. Non tanto per la violenza – sebbene nel suo passato figurino episodi gravi – quanto per l’ampiezza e l’efficienza dei suoi contatti, estesi dal Veneto alla Lombardia, fino a Roma, Firenze e all’Abruzzo.

Ngjela, residente a Tortoreto, si muoveva con disinvoltura per reperire cocaina da immettere anche sul mercato pescarese. Il suo principale referente locale era Kevi Kereci, arrestato insieme a lui l’11 febbraio 2025 mentre rientravano da Tivoli con oltre un chilo di cocaina nascosto in auto. Hergys Myrtaj, invece, avrebbe avuto il compito di curare la distribuzione sul territorio.

Nei prossimi giorni il gip si pronuncerà sulle misure cautelari che, oltre ai tre albanesi, riguardano anche Roberto e Aldo Martelli, Luigi Lepore, Antonio Tarroni, Emilio Galliero detto “Schulz”, Bruno Creati, Fioravante Spinelli detto “Pallino”, Moreno Sagazio, Roberto Fioravanti, Sergio Morelli detto “Balò”, Francesco Cardia, Davide Di Pietrantonio, Alessandro Sammassimo e Davide Tiberii.

(Fonte: Il Centro)

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